Dallo sport popolare allo sport di consumo
Quando partecipare a una corsa non significa più soltanto fare sport, ma acquistare un pacchetto di prodotti e servizi che nessuno ci ha chiesto se desideriamo.
1. Venticinque euro per correre 10 chilometri. Qualcosa non torna.
25 euro per una manifestazione non competitiva di 10 chilometri, cittadina, ad anello.
C’è qualcosa che non torna. Come possiamo essere arrivati a tanto?
È il caso della Padova Night Run, ma non è certo un caso isolato. Sempre più spesso ci troviamo davanti a manifestazioni podistiche di pochi chilometri con quote d’iscrizione di 15, 20 e persino 25 euro.
Non sto parlando di maratone internazionali, di trail in montagna con complesse esigenze organizzative o di competizioni che richiedono servizi particolari. Sto parlando delle tradizionali manifestazioni non competitive, quelle che abbiamo sempre chiamato ludico-motorie.
Manifestazioni nate per consentire a chiunque di correre o camminare, senza classifiche, senza prestazioni da inseguire, senza particolari requisiti atletici.
Manifestazioni popolari, nel significato più autentico del termine.
Come siamo passati dallo sport popolare allo sport da consumare?
E, soprattutto, era proprio necessario?
2. Dallo sport per tutti allo sport da consumare
Quando bastava l’essenziale
Le manifestazioni non competitive sono sempre state, per loro natura, popolari.
Popolari perché accessibili a persone di ogni età e condizione fisica, perché non impongono tempi stretti per completare i percorsi e perché hanno costi contenuti, tali da consentire la partecipazione anche a interi gruppi familiari e a chi non può permettersi di spendere molto per un’oretta di attività fisica all’aria aperta.
Ciò che si riceveva in cambio della quota d’iscrizione era commisurato a quanto si pagava.
L’essenziale: organizzazione, materiali, assicurazione, assistenza sanitaria, ristori.
Quanto basta per fare sport in condizioni di sicurezza.
Erano, e fortunatamente sono ancora, manifestazioni basate sulla partecipazione della comunità locale, sulla disponibilità di strutture collettive e sul contributo di tanti volontari che mettono gratuitamente a disposizione tempo, energie e competenze.
Manifestazioni che ancora oggi riescono a proporre quote d’iscrizione tra i 3 e i 5 euro.
Uno sport per tutti, anche nel prezzo.
Che cosa è cambiato?
Dal punto di vista dell’attività sportiva, sostanzialmente nulla.
Si continua a correre o camminare per qualche chilometro, lungo un percorso segnalato, con qualche ristoro e un minimo di assistenza.
È cambiato, invece, ciò che gli organizzatori ritengono di dover offrire ai partecipanti.
Si è progressivamente passati dall’essenziale al superfluo. E, cosa ancora peggiore, il superfluo è diventato obbligatorio.
Con la quota d’iscrizione siamo costretti ad acquistare una maglietta, spesso trasformata in un supporto pubblicitario, un pacco gara contenente prodotti di dubbia utilità, destinati non di rado a finire tra i rifiuti, una medaglia ricordo e, talvolta, persino un chip cronometrico per una manifestazione dichiaratamente non competitiva.
Tutti prodotti e servizi che possono avere un valore per qualcuno, ma che non sono necessari per partecipare.
In alcuni casi finiscono a carico dei partecipanti anche costi che un tempo la comunità locale assorbiva in forma indiretta, con strutture logistiche “sociali” e con tanti volontari, autenticamente volontari.
Non intendo sostenere che organizzare una manifestazione oggi costi quanto cinquant’anni fa. Sono cambiate le esigenze di sicurezza, le responsabilità e le condizioni organizzative.
Ma questo non basta a spiegare la trasformazione di tante semplici corse popolari in costosi eventi confezionati.
Quando lo sport diventa un prodotto
C’è anche un cambiamento culturale.
Non di rado si ha l’impressione che l’obiettivo principale di alcune organizzazioni non sia più offrire un’occasione di sport accessibile a tutti, ma dare visibilità a sé stesse, ai propri dirigenti, agli sponsor.
Organizzare qualcosa pur di organizzare. Fare un evento perché un evento produce visibilità.
In altri casi siamo davanti a vere e proprie operazioni di marketing, spesso sostenute – se non addirittura promosse – da personaggi che godono di notorietà nei mass media e nei social.
Operazioni che trovano terreno fertile nella propensione consumistica e modaiola di una parte del mondo dei runner, apparentemente più interessata a partecipare a un evento-immagine che a un evento sportivo.
La corsa diventa così un prodotto da acquistare, un’esperienza da esibire, un’occasione per sentirsi parte di qualcosa che vale anche, e forse soprattutto, per la sua immagine.
Sarebbe però troppo facile attribuire tutta la responsabilità agli organizzatori.
Questa deriva consumistica non potrebbe affermarsi se non trovasse, dall’altra parte, un pubblico disponibile a lasciarsi sedurre dall’immagine, dalla moda, dal possesso di oggetti che testimoniano la partecipazione a un evento.
C’è chi vende, ma c’è anche chi vuole comprare.
E non è nemmeno chiaro chi abbia cominciato. Sono stati gli organizzatori a trasformare le corse in prodotti commerciali, creando desideri che prima non esistevano? Oppure sono stati i partecipanti, con le loro nuove aspettative, a spingere gli organizzatori in questa direzione?
La vecchia questione dell’uovo e della gallina.
Probabilmente le due spinte si alimentano reciprocamente. L’offerta sollecita nuovi desideri, i desideri incoraggiano nuove offerte, fino a trasformare ciò che un tempo era considerato superfluo in qualcosa che oggi sembra indispensabile.
E così si finisce per considerare normale pagare 25 euro per correre dieci chilometri.
Il problema, allora, non è soltanto la commercializzazione dello sport popolare, ma la progressiva trasformazione della cultura di chi lo pratica.
Il popolo dei runner rischia di non essere più il destinatario di iniziative pensate a suo favore, ma un mercato da sfruttare.
Naturalmente non tutte le organizzazioni seguono questa strada. Esistono ancora tantissime realtà animate da autentica passione sportiva, spirito di servizio e attenzione alla partecipazione.
Ed è proprio pensando a queste realtà che trovo ancora più discutibile la deriva commerciale di altre manifestazioni.
3. Tornare allo sport popolare: una strada è possibile
Non sono contrario al superfluo. Sono contrario al superfluo obbligatorio.
Voglio chiarire un punto.
Non sono contrario alla presenza di prodotti e servizi aggiuntivi nelle manifestazioni podistiche.
Io stesso, in molte occasioni, acquisto volentieri il merchandising disponibile.
Lo faccio quando desidero conservare un ricordo di una partecipazione per me significativa, quando trovo una maglietta o un altro capo di abbigliamento di buona qualità, quando un prodotto mi piace e ritengo che valga il prezzo richiesto.
Non sono, quindi, per principio anticonsumista.
Voglio semplicemente essere libero di scegliere che cosa acquistare.
E non vedo perché, per correre dieci chilometri, dovrei essere obbligato a comprare una maglietta che non mi serve, una medaglia che non desidero o un pacco gara di cui farei volentieri a meno.
La soluzione sarebbe semplicissima.
Una quota base per partecipare, comprensiva di tutti i servizi necessari, e la possibilità di acquistare liberamente tutto il resto.
Magliette, altri capi di abbigliamento, prodotti locali, medaglie ricordo, servizi aggiuntivi.
Tutto disponibile, nulla imposto.
Non mi sembra una proposta rivoluzionaria.
Mi sembra una questione di buon senso e, soprattutto, di rispetto per chi partecipa.
Un esempio concreto: la Maratona di Ravenna
Fortunatamente qualche organizzatore dimostra che questa strada è percorribile.
Tra pochi giorni parteciperò alla 10 km nell’ambito della Maratona di Ravenna.
Per questa manifestazione è possibile scegliere tra diverse formule d’iscrizione.

La quota base è di 14 euro e comprende i servizi essenziali: organizzazione, assicurazione, ristori e, purtroppo, anche la maglietta. Nessuno è perfetto!
Con 5 euro aggiuntivi si può avere anche la medaglia ricordo, peraltro di ottima qualità, un prodotto artigianale.
È disponibile inoltre una formula Plus da 25 euro che offre ulteriori servizi: partenza in una griglia avanzata, utile per chi vuole correre senza rimanere imbottigliato tra i camminatori, pettorale con chip cronometrico, trasporto delle sacche dalla partenza all’arrivo e medaglia ricordo.
Per tutti è previsto anche un servizio navetta che dall’arrivo riporta alla partenza.
Non è un modello perfetto, ma è un esempio significativo di come si possa differenziare la quota d’iscrizione in funzione dei servizi e dei prodotti che ciascuno desidera utilizzare.
Chi vuole semplicemente correre paga meno. Chi desidera qualcosa in più lo acquista.
Non si rinuncia a offrire servizi. Si rinuncia a imporli.
Uno sport per tutti. Davvero.
Quando ho iniziato a partecipare a queste manifestazioni, una cinquantina di anni fa, lo slogan era semplice:
«Uno sport per tutti».
E quello sport era davvero per tutti.
Non soltanto perché chiunque poteva partecipare, indipendentemente dall’età e dalle capacità atletiche, ma anche perché il costo non rappresentava un ostacolo.
Era uno sport popolare nel senso più pieno del termine.
Mi piacerebbe che quello spirito riprendesse il sopravvento sulle operazioni commerciali, consumistiche e di immagine che stanno trasformando una parte del mondo delle manifestazioni podistiche.
Non chiedo di tornare a cinquant’anni fa. Non avrebbe senso.
Chiedo di conservare ciò che di quel mondo aveva valore: l’accessibilità, la semplicità, la partecipazione, lo spirito di comunità.
E soprattutto la convinzione che per fare sport non sia necessario acquistare tutto ciò che qualcuno ha deciso di venderci.
Forse è cambiato lo spirito del tempo.
Ma non vedo perché dovremmo rassegnarci.
Lo sport popolare non deve diventare un lusso.
